Avvisi Parrocchiali

Domenica 18

Ore 9.30 S. Messa

Ore 10.00 S. Messa in S. Emiliano

Ore 11.00 S. Messa

Ore 16.00 S. Messa in latino

Ore 18.30 S. Messa


Lunedì 19

Ore 18.00 S. Messa presso la chiesa di Villa

Ore 20.00 S. Rosario


Martedì 20 – S. Bernardo

Ore 18.00 S. Messa presso la chiesa della Torricella (cimitero)


Mercoledì 21 – S. Pio X

Ore 20.30 S. Messa presso la chiesa di Pratello


Giovedì 22 – B. V. Maria regina

Ore 20.30 S. Messa presso la chiesa di S. Emiliano


Venerdì 23

Ore 16.30 S. Messa in casa di riposo


Sabato 24 – S. Barolomeo

Ore 18.30 S. Messa


Domenica 25

Ore 9.30 S. Messa

Ore 10.00 S. Messa in S. Emiliano

Ore 11.00 S. Messa

Ore 18.30 S. Messa


Cero del Tabernacolo

Dal 18 agosto al 25 agosto il cero che arde davanti al SS.mo Sacramento nel Tabernacolo è offerto per le intenzioni di Palini Miriam.


Cambio Parroco

Don Francesco concluderà il suo servizio come parroco di Padenghe Domenica 6 ottobre (in tutte le SS. Messe). Farà il suo ingresso a Lugo sabato 12 ottobre nella S. Messa delle 18.30.

Don Enzo farà il suo ingresso solenne a Padenghe domenica 20 ottobre.

Calmare un bambino con il cellulare gli impedisce di imparare a calmarsi da sé

Il titolo dice quasi tutto, ma è bene rivedere un po’ cosa sta accadendo. Ci sono madri e padri che si sentono così incapaci di calmare i propri figli che ricorrono alla “caramella elettronica”: il cellulare. È un modo per dire al bambino: “Crediamo che tu non possa fare altro che prendere la caramella per stare tranquillo. In questo modo ci lasci in pace e ti dimostriamo che non riesci a intrattenerti o a calmarti da solo”.

Il bambino potrebbe rispondere: “Non me lo avete insegnato”. Immaginiamo che questo bambino si chiami Marco, abbia 4 anni e vada dal medico per un mal di pancia. Ricordiamo tutti – forse chi ha meno di 25 anni no – che un bambini di un paio di decenni fa prendeva due macchinine per giocarci mentre aspettava che il dottore lo chiamasse.

Sotto il controllo di mamma o papà

La madre, che non aveva il cellulare perché il suo uso era molto raro, lo guardava più o meno attentamente, ma sorrideva ogni volta che il bambino cercava la sua approvazione guardandola. La mamma lodava il gioco, e il bambino continuava a giocare contento. Poi entrava per la visita, e le macchinine finivano nella borsa della madre.

Quest’ultima credeva fermamente nel fatto che il bambino riuscisse a intrattenersi solo perché aveva ricevuto lezioni di “calmarsi da sé” a casa, e se le macchinine lo stancavano tirava fuori un foglio e qualche matita colorata dalla borsa (un po’ come Mary Poppins) e metteva il figlio a disegnare.

Mettere le ali all’immaginazione

Oggi in casa non si insegna ai bambini a fare una serie di cose fondamentali. Non si insegna a Marco a giocare, a raccontarsi delle storie. Il bambino di vent’anni fa era capace di raccontarsi un sacco di cose, e in quella conversazione interiore era in grado di darsi degli ordini: “Ora bisogna giocare, e mi piace molto”. E quella conversazione interiore serviva per disegnare delle storie su un foglio bianco.

La madre e il padre all’epoca avevano in casa costruzioni, bambole o libri illustrati che i bambini guardavano e leggevano innumerevoli volte per dare ogni volta una versione nuova al racconto.

Ora il bambino sta a casa e non sa giocare. Non ha imparato. Ma Marco sa che gli piacciono i fumetti di Spongebob e le canzoncine di Baby Shark. È questo che ci si aspetta da questo bambino? È questo che ci si aspetta da un bimbo tra i 2 e i 6 anni che costruisce la sua conoscenza del mondo, della realtà e dell’ambiente attraverso il gioco?

Questo bambino non gioca: è uno spettatore passivo che senza quelle “caramelle” non sa – permettetemi di essere un po’ crudo – quasi niente. Che faceva quella madre indolente – perdonatemi l’aggettivo – o stanca che aveva anche la televisione accesa a tutte le ore quando Marco giocava a due anni con dei pupazzetti che gli avevano regalato i nonni? Quello che faceva, senza cattive intenzioni, senza rendersene conto, era interrompere un gioco incipiente che con un po’ di sforzo familiare avrebbe potuto portare Marco ad amare il Lego.

I benefici del gioco

(Faccio consapevolmente pubblicità perché questa marca universale dimostra che ancora oggi è possibile giocare. Il lettore deve sapere che il Lego è un gioco che predice una grande conoscenza dello spazio, delle sue dimensioni, degli equilibri di forze e quindi del calcolo e della matematica).

Il bambino a due anni ancora giocava con quei pupazzetti, ma dopo tante ore di televisione accesa in casa ha abbandonato quelli che gli sembravano dei giochi sciocchi e si è piazzato sul divano davanti alla televisione vedendo che tutto ciò trasmettevano accanto alla madre o anche da solo. E così si è rinunciato ai primi passi del gioco.

La madre o il padre, o la baby sitter, non ha spento la televisione, e il bambino è diventato una figura passiva già a tre anni. Quando doveva mangiare, i suoi genitori gli davano il cellulare per “favorire” la questione, e quando doveva andava a dormire Marco si rifiutava di farlo e crollava davanti alla tv verso le undici di sera o magari già davanti al tablet “che mi hanno dato perché è interattivo ed educa molto”.

Il bambino resta affascinato ma non impara a calmarsi

Il tableta non educa – affascina, cattura, e il bambino non impara ad autoregolarsi, tranne nel caso in cui si usi in modo estremamente occasionale con genitori che indicano le app più opportune e imitano il tempo totale trascorso davanti allo schermo a non più di un’ora al giorno dai tre anni. E quando va a mangiare fuori o va dal pediatra, Marco sa già che se si annoia la madre tirerà fuori la “caramella”, e i due si immergeranno nei rispettivi cellulari immedesimandosi in un altro mondo.

L’autoregolamentazione del bambino viene rimandata. Le lezioni per Marco, che ormai è diventato un notevole consumatore di cellulare, televisione e tablet, risulteranno noiose, e magari risentirà del fatto che la sua capacità di attenzione è crollata. La maestra dirà che magari ha dei disturbi dell’apprendimento, ma non è così. Bisogna semplicemente educarlo.